Il Risorgimento

Nel 1820 Salemi aderisce ai primi moti rivoluzionari dell'Isola a mezzo di una deputazione presieduta dall'Arciprete Ansaldi. Ma intanto, come spesso accade nella nostra microstoria, avvenimenti di più immediata e diretta gravità si abbattono sulla Città: una violenta epidemia di colera nel 1837 decima la popolazione. In quella circostanza, in ossequio alle più elementari norme igieniche, in Contrada Serrone viene approntato un cimitero di fortuna in cui inumare le circa 600 vittime. Nonostante tutto Salemi, tra le primissime città siciliane, risponde all'insurrezione di Palermo del 12 gennaio 1848 e già il 26 dello stesso mese organizza un Consiglio Civico presieduto da Onofrio Favara. Fallita la Rivoluzione del 1848 i Borboni puniranno Salemi che pagherà la sua partecipazione ai Moti con l'esilio dei suoi cittadini più rappresentativi e con la privazione di alcuni feudi quali Pionica, Fiumegrande e Zafferana che da quell'anno andranno ad impinguare l'altrimenti esiguo territorio pertinente alla cittadina limitrofa di Santa Ninfa. Degli avvenimenti relativi al 1860 non è il caso di dilungarci esistendo sull'argomento. Basti qui ricordare che la colonna dei Mille, sbarcati a Marsala l'11 maggio, invece di proseguire come sarebbe stato logico alla volta di Palermo, dopo pochi chilometri di marcia deviò verso Salemi dove, come è storicamente accertato, lo Stato Maggiore di Garibaldi era a conoscenza della presenza di uomini e mezzi tali da garantire al meglio l'esito dell'impresa. Dopo avere bivaccato nella fattoria di Rampingallo, feudo gestito dal salemitano Alberto Mistretta situato a metà strada tra Salemi e Marsala, i Garibaldini entrano in Salemi accolti da una folla entusiasta ed esultante. I cittadini, così come le autorità, si offrono di collaborare a tutti i livelli. Persino l'Arciprete Francesco Paolo Tibaudo, assieme a Simone Corleo e ad Ignazio Lampiasi, dichiarano la loro disponibilità senza riserve. Garibaldi è ospite del Marchese Emanuele di Torralta, Francesco Crispi è alloggiato in casa di Simone Favara. A tutti i graduati vengono messe a disposizione le dimore più confortevoli, la truppa si accontenta delle abitazioni del popolo, meno lussuose ma altrettanto accoglienti. Nel Piano di San Francesco, attuale Piazza Libertà, Garibaldi accoglie le squadre di volontari che a centinaia vanno arrivando da Alcamo, Erice e Castelvetrano; riorganizza e passa in rassegna il piccolo esercito del quale fa parte un centinaio di "Picciotti" salemitani. Le Signore Granozzi e De Stefano Perez di Santa Ninfa confezionano una Bandiera Tricolore che viene consegnata a Garibaldi: è la prima Bandiera italiana. Nella sala consiliare del Municipio fervono intanto altre attività e si scrivono altre importanti pagine di Storia. Simone Corleo ed Alberto Mistretta, d'intesa con Francesco Crispi, il 14 maggio convocano con il rito d'urgenza il Decurionato che, dopo breve discussione, delibera dì aderire, in nome di tutta la popolazione, al movimento di liberazione e di unificazione nazionale invitando Garibaldi ad assumere la Dittatura in nome e per conto di Vittorio Emanuele. Alle prime luci dell'alba del giorno successivo, rifocillati, meglio armati ed organizzati ma, soprattutto, pieni di ritrovata fiducia ed entusiasmo, i Mille marceranno verso Calatafimi e sulle balze del Colle di Pianto Romano affronteranno vittoriosamente le soverchianti forze borboniche.